
Le risate si dissolsero in lontananza, insieme alla città. Ancora poche desolate abitazioni e poi i campi aperti, bruciati dalla calura, lucenti e distesi fino ai piedi delle alture. Lontano, quasi in una vagheggiata dimensione di sogno, le bianche pareti di dimore estive abbagliavano Driscoll dall’alto della loro posizione sopraelevata. Bishop aveva raggiunto il limitare della città, il confine con le foreste del Nord.
Svoltò in un viottolo sterrato e percorse l’ultimo mezzo chilometro che lo separava dal campo di aviazione.
Nell’hangar vi erano due uomini, entrambi in tuta. Nel vecchio, calvo e rugoso, si riconosceva una vecchia volpe; nel giovane, il sorriso ebete tradiva la scarsa intelligenza. Stavano parlando, appoggiati all’ala di un Piper Tomahawk. Chiacchieravano, ridacchiavano. Fu il più anziano dei due, mentre si puliva le mani con uno straccio, a vedere per primo l’uomo che avanzava verso la porta dell’hangar.
Bishop aveva lasciato il casco appeso al manubrio della Harley e si era tolto la giacca di pelle, gettandola sulla spalla. Attraversava l’area di parcheggio con studiata lentezza, e altrettanto lentamente esaminava il campo con gli occhi chiari, dietro le lenti da aviatore. All’epoca doveva avere trent’anni, mi pare. Non era molto alto — poco più di un metro e settanta — ma largo di spalle e muscoloso, come si vedeva dai bicipiti e dai pettorali scolpiti sotto la T-shirt intrisa di sudore. Dall’andatura sicura e tesa si intuivano la velocità e la potenza del suo fisico. Il viso era ovale, con lineamenti fini e capelli castano chiaro. E anche se aveva un’aria ironica, come se stesse ridendo di nascosto di una barzelletta che gli altri erano troppo stupidi per comprendere, non ingannò il vecchio, che era in giro da un pezzo e ne aveva incontrati altri, di tipi come lui. Sentì come un pugno nello stomaco e la saliva azzerarsi, quando lo vide avvicinarsi.
