Tirai indietro la leva. La perdita d’energia mi scagliò violentemente in avanti, ma io tenni la faccia girata. L’accendino rallentò ed esitò, all’entrata del tubo di accesso. Poi decise di passare. Tesi l’orecchio per captare il tonfo, e poi sussultai, quando tutta la nave echeggiò come un gong.

E l’accelerometro era esattamente al centro della massa dell’astronave. Altrimenti, la massa stessa avrebbe sbilanciato l’ago. I burattinai erano famosi per la loro precisione fino al decimo decimale.

Onorai il dittafono di alcuni commenti frettolosi, poi mi misi all’opera per riprogrammare il pilota automatico. Per fortuna, quel che volevo era semplice. La forza incognita continuava a essere una forza incognita, ma adesso sapevo come si comportava. Forse ce l’avrei fatta a uscirne vivo.


Le stelle erano rabbiosamente azzurre, deformate in linee striate, nei pressi di quel punto particolare. Mi sembrava di poterlo vedere, adesso, piccolissimo, rosso e fioco; ma forse erano uno scherzo dell’immaginazione. Tra venti minuti, sarei girato intorno alla stella di neutroni. Dietro di me, il motore brontolava. In effettive condizioni d’imponderabilità, slacciai la rete di sicurezza e mi spinsi via dal sedile.

Una spinta delicata verso prua, e mani fantasma mi afferrarono le gambe. Cinque chili di peso mi pendevano dalle dita, dalla spalliera del sedile. La pressione sarebbe dovuta scendere in fretta. Avevo programmato il pilota automatico perché riducesse la spinta da due g a zero entro due minuti. Dovevo soltanto trovarmi al centro della massa, nel tubo di accesso, quando la spinta fosse caduta a zero.

Qualcosa stringeva la nave attraverso uno scafo della General Products. Una forma di vita psicocinetica, sperduta su un sole dal diametro di dodici miglia? Ma come poteva resistere a una simile gravità, un essere vivente?



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