Non resistetti più. Se mi faceva precipitare nella stella di neutroni, dovevo accendere il motore. E l’accesi. Aumentai la spinta fino a che mi trovai approssimativamente in condizioni d’imponderabilità. Il sangue che si era accumulato nelle mie estremità tornò dove doveva stare. L’indicatore di gravità registrava uno virgola due g. Bestemmiando, l’accusai di essere un robot bugiardo.

Il pacchetto di sigarette ballonzolava qua e là nel muso della nave, e mi venne in mente che un’altra spintarella sulla leva lo avrebbe portato da me. Ci provai. Il pacchetto fluttuò nella mia direzione, io allungai il braccio e quello, come un essere senziente, accelerò per evitare la mano protesa ad afferrarlo. Riprovai ad agguantarlo mentre mi passava accanto all’orecchio, ma anche stavolta fu troppo svelto. Quel pacchetto se ne stava andando davvero troppo in fretta, considerando che io ero praticamente in condizioni d’imponderabilità. Piombò attraverso la porta della stanza di riposo, continuando ad accelerare, e sparì nel tubo d’accesso. Dopo qualche secondo, udii un tonfo secco.

Ma era pazzesco. La forza incognita già mi attirava il sangue alla faccia. Estrassi l’accendino, allungai il braccio e lasciai la presa. Cadde dolcemente nel muso della nave. Ma il pacchetto di Fortunados era andato a sbattere con violenza, come se io l’avessi lasciato cadere dall’alto di un palazzo.

Magnifico.

Diedi un’altra spinta alla leva. Il borbottio dell’idrogeno in fusione mi ricordò che, se avessi tentato di continuare così, avrei sottoposto lo scafo della General Products al collaudo più severo della sua storia: mandarlo a sbattere contro una stella di neutroni a una velocità pari alla metà di quella della luce.



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