
Dovevano esservi centinaia di gravità, nella cabina. Sentivo addirittura il cambiamento della pressione. L’aria era rarefatta, a quell’altezza, cinquanta metri al di sopra della cabina di comando.
E poi, quasi da un momento all’altro, il punto rosso diventò qualcosa più di un punto. Il mio tempo era scaduto. Un disco rosso balzò verso di me; l’astronave mi girò intorno; e io soffocai un gemito e chiusi gli occhi. Mani gigantesche mi afferrarono le braccia e le gambe e la testa, delicatamente ma con immensa fermezza, e cercarono di schiantarmi in due. In quel momento pensai che Peter Laskin era morto così. Aveva avuto le mie stesse intuizioni, e aveva cercato di nascondersi nel tubo d’accesso. Ma era scivolato. Come stavo scivolando io.
Quando riaprii gli occhi, il punto rosso stava scomparendo.
IV
Il burattinaio presidente insistette perché mi facessi ricoverare in ospedale, in osservazione. Non mi opposi. Avevo la faccia e le mani rosse, infiammate, piene di vesciche, ed ero indolenzito come se mi avessero bastonato. Riposo e cure premurose, ecco di cosa avevo bisogno.
Fluttuavo in mezzo a due lastre-letto, orrendamente scomodo, quando l’infermiera venne ad annunciarmi una visita. Dalla sua espressione, capii di chi si trattava.
— Cosa può passare attraverso uno scafo della General Products? — gli chiesi.
— Speravo che fosse in grado di dirmelo lei. — Il presidente si appoggiò sull’unica gamba posteriore, impugnando un bastoncino che irradiava un fumo verde, odoroso d’incenso.
— Posso dirglielo, infatti. La gravità.
— Non mi prenda in giro, Beowulf Shaeffer. È una faccenda d’importanza vitale.
