
— Siamo sul tetto del palazzo della General Products. — La profonda voce di contralto mi faceva il solletico ai nervi, e dovevo ricordarmi continuamente che mi stava parlando un alieno, non una bella donna. — Lei deve esaminare quest’astronave, mentre discutiamo del suo incarico.
Uscii abbastanza cautamente: ma non era la stagione dei venti. Il tetto era al livello del terreno. È così che costruiamo su We Made It. Forse è per via dei venti che spirano a millecinquecento miglia orarie in estate e in inverno, quando l’asse di rotazione del pianeta risulta trasversale a quello del suo sole, Procione. I venti costituiscono l’unica attrazione turistica del nostro pianeta, e sarebbe una vergogna rallentarli costruendo grattacieli sul loro cammino. Il tetto di cemento, nudo e squadrato, era circondato da interminabili miglia quadrate di deserto, che non è simile ai deserti di altri mondi abitati, ma una distesa totalmente priva di vita, formata da sabbia finissima che implora di venir piantata a cactus ornamentali. Ci abbiamo provato. Il vento strappa via le piante.
L’astronave stava sulla sabbia, a qualche distanza dal tetto. Era uno scafo tipo 2 della General Products: un cilindro lungo cento metri e con sei metri di diametro, appuntito alle due estremità, con una leggera strozzatura a vitino di vespa presso la coda. Era inclinata sul fianco, con gli ammortizzatori da atterraggio ripiegati nella coda.
Avete mai notato che le astronavi cominciano a somigliarsi tutte? Un buon novanta per cento delle navi spaziali odierne viene costruito partendo da uno dei quattro scafi base della General Products. È più facile e più sicuro farle così, ma finiscono tutte come sono incominciate: tutte eguali, tutte prodotte in massa.
Gli scafi vengono consegnati trasparenti, e voi ci mettete la vernice dove preferite.
