— Ma è impossibile. Non è così?

— Lei ha afferrato l’essenziale. Venga con me. — Il burattinaio trotterellò verso prua.

Avevo afferrato l’essenziale, infatti. Niente, ma proprio niente, può passare attraverso uno scafo della General Products. Nessun genere di energia elettromagnetica, a eccezione della luce visibile. Nessun tipo di materia, dalla più piccola particella subatomica fino alla meteorite più veloce. È quanto sostiene la pubblicità dell’azienda, e la garanzia lo conferma. Non ne ho mai dubitato, e non ho mai sentito che uno scafo della General Products sia stato danneggiato da un’arma o da qualunque altra cosa.

Però uno scafo della General Products è brutto quanto è funzionale. L’azienda del burattinaio avrebbe potuto andarci di mezzo, se in giro si fosse risaputo che qualcosa poteva passare attraverso uno dei suoi scafi. Ma non capivo che cosa c’entravo io.

Salimmo la scaletta mobile che ci portò nel muso.

Il sistema di supporto era diviso in due compartimenti. Lì i Laskin avevano usato vernice termorepellente. Nella cabina di comando, che era conica, lo scafo era stato diviso in finestrini. La stanza da riposo, che stava subito dietro, era verniciata d’argento riflettente, e non aveva finestre. Dalla parete di fondo di questa stanza partiva un cunicolo che portava a poppa, e che permetteva di accedere a vari strumenti e ai motori dell’hyperdrive.

Nella cabina di comando c’erano due cuccette antiaccelerazione. Entrambe erano state strappate dai supporti e incastrate nel muso come se fossero di cartavelina, e avevano schiacciato il quadro dei comandi. Le spalliere delle cuccette accartocciate erano chiazzate di bruno ruggine. Piccole macchie dello stesso colore erano sparse ovunque, sulle pareti, sui finestrini, sui videoschermi. Sembrava che qualcosa avesse colpito le cuccette da tergo: qualcosa come una dozzina di palloncini pieni di colore, che avessero urtato con una forza tremenda.



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