
Duun prese l’esserino sulle ginocchia, e tolse la coperta che l’avvolgeva: aveva la pella rosea, priva di peluria come se fosse stato appena scudato, a parte un ciuffo di capelli dal colore indefinibile in cima al cranio. La creatura agitò le membra morbide in deboli contrazioni. Aveva gli occhi chiusi, la faccia piatta e non dissimile da quella di uno shonun; fra le gambe aveva un organo fuori misura, dalla forma curiosa e (dicevano) dalle varie funzioni. La sua bocca si muoveva senza posa storcendo la piccola faccia di qua e di là. Duun lo toccò con i polpastrelli sensibili delle quattro dita della mano sinistra, e delle due che gli rimanevano della destra, esplorando la pelle calda e sensibile della pancia, del torace e degli arti. Con la punta di un artiglio gli abbassò il labbro morbido, per osservargli la bocca: nient’altro che gengive senza denti, poiché era un mammifero. Sempre con l’artiglio sollevò la palpebra di un occhio, lo vide bianco e latteo, azzurro al centro, che si agitava inquieto, con movimenti naturali. Toccò le circonvoluzioni rigide dei piccoli orecchi ed esplorò l’organo che pendeva tra le gambe notando delle reazioni: dunque era sensibile. Questo era interessante. Esaminò i piedi grassocci, senza artigli, un unico cuscinetto fino alle dita. Con il tocco delicato di un solo artiglio aprì una mano che però si richiuse subito a pugno. Aveva cinque dita. La creatura agitò gli arti e un liquido schizzò dall’organo fuori misura bagnando i vestiti di Duun.
Qualsiasi shonun avrebbe avuto un moto di ribrezzo di fronte a una cosa del genere. Ma Duun prese il panno che avvolgeva l’infante e si asciugò con infinita pazienza. Anche gli infanti shonun compivano simili oscenità, seppure con maggiore discrezione. L’essere emise delle grida, deboli e prive di significato, come tutte le grida dei bambini molto piccoli. Duun notò che lottava con una forza minore di quella mostrata dai suoi figli anni prima.