Sapeva come sarebbe stato, una volta cresciuto. Conosceva la sua faccia. Conosceva ogni particolare di quel corpo. Se lo strinse al petto, nella rosa coperta puzzolente, si alzò e andò vicino al rialzo presso il letto, dove c’era il pacco che gli avevano portato quella mattina. Mentre la creatura gli piangeva sommessamente nell’incavo del braccio sinistro, con la mano destra, che usava più disinvoltamente malgrado avesse due sole dita, aprì la scatola e scaldò il latte… non latte di shonun; l’avevano prodotto i medici, sinteticamente.

C’erano dei dati, giunti giorni prima. Duun li aveva imparati a memoria: la creatura piangeva espandendo e contraendo i polmoni come gli infanti shonunin; respirava inoltre l’aria che respiravano gli shonunin e forse un giorno il suo stomaco avrebbe accettato il cibo che mangiavano gli shonunin. I denti sarebbero cresciuti in parte appuntiti come i denti principali di uno shonun, in parte no. Queste le ipotesi formulate dai medici.

— Zitto, zitto — disse, cullandolo fra le braccia. Estrasse dalla scatola la bottiglia calda e infilò il ciuccio nella bocca morbida. La creatura succhiò rumorosamente e si quietò, Duun attraversò la stanza fino al rialzo che aveva lasciato e si sedette a gambe incrociate cullandolo e sussurandogli dolci parole. — Buono, buono.

I piccoli occhi si chiusero soddisfatti e l’esserino si addormentò di nuovo, sazio e fra le braccia di Duun. Non era possibile, come con uno shonun, dare per scontato che dormisse. Lo sollevò con delicatezza, appoggiandolo nel cavo del letto e gli si sedette vicino. Restò immobile a osservare i movimenti e il sollevarsi regolare del pancino rotondo. Quando la vista delle finestre cambiò trasformandosi in un mare notturno, osservava ancora.

Non avrebbe più smesso di guardare. Non si lavò. Era schizzinoso, ma ispirò tutto l’odore del bambino, del panno sporco e del cibo. Senza fastidio: si era abituato a reprimere il disgusto.



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