
La vista di quel bagliore fu sufficiente. Nel tentativo di deviare dalla rotta che lo portava diritto contro il pianeta, il Cacciatore impegnò la massima quantità di erg che i suoi generatori potevano sopportare e contemporaneamente trasferì gran parte del suo corpo nella cabina di pilotaggio, per fare da protezione gelatinosa attorno al perit. Ebbe appena il tempo di chiedersi perché mai la creatura che lo precedeva nello spazio avesse voluto rischiare astronave ed equipaggio concludendo la fuga con un disastro sicuro, disastro preceduto dai pericoli impliciti nell’attraversare in quel modo l’atmosfera di un mondo. Comunque tenne gli occhi fissi sugli strumenti che gli avrebbero detto dove andava a finire il fuggitivo, e fece bene perché il luccicante cilindro scomparve improvvisamente nella nuvola di vapore che avvolgeva la superficie del pianeta. Un secondo più tardi l’astronave del Cacciatore sprofondò a sua volta nel medesimo elemento, e nello stesso momento il corso rettilineo dell’astronave si trasformò in un moto ondeggiante, decisamente sgradevole. Doveva essere saltata via una delle pinne direzionali, probabilmente danneggiata dal calore provocato dall’attrito con l’atmosfera, ma non era il momento di preoccuparsene. Notò che l’altra astronave si era fermata di colpo, come se avesse urtato contro un muro, poi aveva ripreso a scendere, ma più lentamente, e si rese conto che fra pochissimi istanti anche lui sarebbe finito contro lo stesso ostacolo, se questo era disposto orizzontalmente.
Lo era. L’astronave del Cacciatore, continuando a ondeggiare benché lui avesse provveduto a ritrarre le altre pinne, cadde di pancia sull’acqua, e sotto la forza dell’impatto si aprì a metà per il lungo, come il guscio di una noce. Quasi tutta l’energia cinetica della macchina si disperse nell’urto, ma l’astronave non si fermò. Ondeggiando dolcemente, alcuni minuti più tardi lo scafo si posò su quello che il Cacciatore ritenne essere il fondo di un lago, o di un mare.
