Unica consolazione: l’altro doveva trovarsi negli stessi guai. Anche se l’astronave inseguita aveva colpito l’acqua con la testa anziché con la pancia come aveva fatto lui, gli effetti di una collisione a quella velocità non potevano essere molto diversi, e lo scafo del fuggitivo era certamente ormai inutilizzabile, come il suo, anche se i danni reali non ammontavano alle stesse proporzioni.

Tornò a occuparsi della propria situazione. Saggiò cautamente lo spazio attorno a sé e scoprì di non trovarsi più in gran parte nella cabina di comando. Anzi: non esisteva più la cabina di comando. Il locale cilindrico, lungo circa sessanta centimetri e con un diametro di circa venticinque, adesso era uno spazio informe fra le due valve dentellate che avevano costituito lo scafo. Le varie sezioni, tagliate a metà, risultavano appiattite e compresse in uno spazio di pochi centimetri. La paratia all’altra estremità del locale era spezzata e contorta. Il perit, ovviamente, era morto. Non solo era rimasto schiacciato dalla paratia crollata, ma il corpo semiliquido del Cacciatore gli aveva trasmesso l’urto dell’impatto fin nell’intimo di ogni cellula (così come ogni molecola dell’acqua contenuta in un recipiente riceve moltiplicato l’urto di un proiettile che colpisce il recipiente), e la maggior parte dei suoi organi interni si era sfasciata. Il Cacciatore si ritrasse dalla piccola creatura. Però non ne espulse i resti: per quanto l’idea fosse sgradevole, potevano servirgli come cibo, più tardi. L’atteggiamento del Cacciatore verso il piccolo animale era molto simile a quello di un uomo verso il proprio cane. Il perit però, con le sue mani delicate che il Cacciatore gli aveva insegnato a usare a comando come un elefante usa la proboscide agli ordini di un uomo, era assai più utile di un cane.



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