Dopo aver stabilito che in quella parte del pianeta era notte, e deciso in conseguenza di rimandare ogni azione esplorativa a quando ci fosse stata più luce, il Cacciatore tornò a rivolgere l’attenzione al relitto dell’astronave. Non si era certo aspettato di fare scoperte incoraggianti, ma la reale entità del disastro, totale, irreparabile, lo mise a disagio. Le parti più solide, i grossi blocchi di metallo della macchina si erano deformati sotto la violenza dell’urto. Le parti più delicate, come tubature e strumenti, erano state polverizzate e spazzate via dall’acqua. Nessuna creatura vivente impastoiata da una forma ben definita e dotata di parti solide nel proprio corpo sarebbe scampata a un simile incidente, qualunque protezione avesse avuto. Il pensiero gli fu di un certo conforto. Aveva fatto il possibile per salvare il perit e non aveva niente da rimproverarsi. Una volta appurato che nell’astronave non era rimasto niente di utilizzabile, il Cacciatore si disse che non avrebbe potuto intraprendere niente di molto utile finché non avesse avuto a disposizione una maggiore quantità di ossigeno, il che significava raggiungere l’aria libera. Perciò si mise calmo, e si dispose ad aspettare la fine della tempesta e l’arrivo del giorno, dentro il discutibile riparo che lo scafo poteva offrire. In acque calme poteva raggiungere la spiaggia con le sue sole forze, dato che il rumore portato dalle onde denunciava la vicinanza di una riva.

Rimase sdraiato nello scafo per parecchie ore, e gli capitò di pensare che quello poteva anche essere un pianeta che teneva sempre rivolto verso il sole un solo emisfero. Ma subito dopo pensò che in questo caso l’emisfero in ombra non avrebbe avuto acqua, perché sarebbe stato troppo freddo. Forse era più logico pensare che la tempesta con le sue nubi oscurasse la luce del giorno.

Adesso lo scafo non si muoveva più.



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