Nell’aeroporto, turbe trascinatrici di bagagli a ruote, e calche cariche di sacchi a spalla, s’affannano avanti e indietro per corridoi interminabili, come le anime cui il diavolo fornisce a ciascuna una piantina diversa, ma parimenti inesatta, del percorso che permette la fuga dall’Inferno e l’accesso alle aure superiori.

A siffatte fatiche fanno da pubblico le persone che siedono su scranni di plastica imbullonati al pavimento e che paiono anch’esse imbullonate al sedile.

Fin qui, dunque, l’aeroporto è uguale all’aeroplano, così come il fondo di una sentina, sotto ogni aspetto che conta, non diverge da quello di un’altra qualsiasi nave.

Se siete entrambi in orario, voi e il vostro vettore, l’aeroporto è soltanto il tristo, breve e prolisso preludio del tristo, lungo e violento viaggio sul velivolo. Ma che dire, quando cinque intere ore si stendono tra l’arrivo e la partenza per la successiva tratta del viaggio, o l’atterraggio ha tardato e la coincidenza s’è involata senza di voi, o il vettore ha variato il piano di volo, o il personale di un’altra compagnia è in sciopero per concludere il contratto e il governo non ha ancora mobilitato la Guardia Nazionale affinché si ponga fine a cotanta minaccia contro il capitalismo internazionale e la vostra compagnia deve fare il check-in a un numero di passeggeri doppio del normale? che dire se è cambiato il piano di volo perché c’è il tuono, il temporale, il tornado, la tempesta, la tormenta, o qualche pezzettino dell’aeromobile, minuscolo ma rilevante, si è avariato, o un altro dei mille motivi (mai, in alcun caso, colpa della compagnia aerea, e raramente riferito agli utenti in attesa) che costringono chi voleva volare a rimanere seduto, seduto, seduto e seduto nell’aeroporto, senza andare da nessuna parte?

In questo, che forse è il suo aspetto più autentico, l’aeroporto non è il preludio del viaggio, non è un punto di transito, bensì un capolinea. Un blocco. Un’ostruzione. L’aeroporto diventa allora per definizione il luogo da cui non si può accedere ad altri luoghi. Un non-luogo, dove il tempo non passa e nell’intervallo tra due aeroplani non è possibile accedere ad alcuna significativa esperienza di vita.



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