
Il terminal diviene il termine, la fine, e l’aeroporto non ha nulla da offrire agli esseri umani, tranne l’accesso al tempo morto tra due aeroplani, l’intervallo interplanario.
Fu Sita Dulip di Cincinnati la prima a intuirlo durante uno di quegli intervalli e a inventare la tecnica interplanaria impiegata da tanti di noi.
Il volo che doveva veicolarla per l’ultima tratta del suo tragitto, Cincinnati-Chicago-Denver, indugiava a giungere per qualche irriferibile — o almeno irriferito — guasto dell’aeromobile. Il tabellone ne aveva annunciato la partenza per le 13:10, con un ritardo di 120 minuti rispetto all’originale piano di volo. Alle 13:55 la scritta era cambiata: partenza prevista per le 15:00.
Alle 15 era stato soppresso.
Al banco della compagnia aerea non c’era persona che rispondesse a domande su un possibile nuovo piano di volo. Le code ai check-in superavano le sette leghe; quelle delle toilette non erano da meno.
Sita aveva consumato una colazione senza sapore, l’aveva trangugiata in piedi, sul pianale di plastica unta del banco, poiché i pochi tavoli erano in balia di bambini capricciosi e piagnucolosi e dei loro genitori ferocemente punitivi, o di giovanotti ingombranti e pelosi in pianelle, calzoncini e colorite canotte. Aveva già letto gli editoriali dei giornali locali, che invitavano a ridurre il bilancio dell’Istruzione e a utilizzare quei fondi per finanziare nuove prigioni, o che approvavano le recenti riduzioni delle tasse per i cittadini di reddito superiore al Pil della Romania. Nelle librerie dell’aeroporto non si vendevano libri: solo bestseller, che Sita Dulip non riusciva a leggere senza una violenta reazione anafilattica.
