I giuramenti che li legavano, Jaime più di tutti, erano stati prestati in quella cella sotterranea. Erano il prezzo della loro liberazione. Lady Stark aveva appoggiato contro il petto di Jaime la punta della spada della donzella dicendo: «Giura che mai più prenderai le armi contro gli Stark o i Tully. Giura che imporrai a tuo fratello di onorare la promessa di restituirmi le mie figlie sane e salve. Giuralo sul tuo onore di cavaliere, sul tuo onore di Lannister, sul tuo onore di confratello investito della Guardia reale. Giuralo sulla testa di tua sorella, e di tuo padre, e di tuo figlio. Giuralo sugli antichi dèi e su quelli nuovi, e io ti rimanderò da Cersei. Rifiuta, e io avrò il tuo sangue». Catelyn aveva fatto ruotare la punta della lama e Jaime aveva l’impressione di sentire ancora sulla pelle la pressione dell’acciaio attraverso gli stracci.

“Mi domando che cosa avrebbe da dire l’Alto Sacerdote sul sacro vincolo dei giuramenti prestati quando si è ubriachi fradici, incatenati a un muro e con una spada premuta contro il torace.” Non che a Jaime importasse particolarmente di quel grasso imbroglione, né degli dèi che dichiarava di servire. Ricordò il secchio pieno di escrementi che lady Catelyn aveva rovesciato con un calcio sul pavimento della cella. Aveva detto che il suo onore di Lannister valeva meno di quel liquame putrescente. Strana donna, ad affidare le sue figlie a un uomo il cui onore era meno di merda. In ogni caso, almeno un po’, di lui era costretta a fidarsi. “No, è in Tyrion che ripone le sue speranze, non in me.” «Forse non è poi così stupida» disse a voce alta.

«Non sono stupida.» La donna che in quel momento lo teneva prigioniero interpretò la battuta nel modo sbagliato. «E nemmeno sorda.»



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