
Jaime preferì essere gentile, deriderla sarebbe stato talmente facile da toglierne il gusto. «Stavo parlando a me stesso, e non di te. Stando in una cella, è un’abitudine che si prende facilmente.»
Lei lo guardò, la fronte aggrottata, poi continuò a remare, senza rispondere.
“Svelta di lingua quanto attraente di viso.” «Dal modo in cui ti esprimi, direi che tu sia di origini nobili» insistette Jaime.
«Mio padre è Selwyn di Tarth, per grazia degli dèi lord di Evenfall» perfino queste parole uscirono a fatica.
«Tarth» disse Jaime. «Una roccia troppo grossa nel mare Stretto, se ricordo bene. Ed Evenfall ha prestato giuramento di fedeltà a Capo Tempesta. Per cui, com’è che sei al servizio di Robb di Grande Inverno?»
«Sono al servizio di lady Catelyn. E lei mi ha ordinato di portarti sano e salvo da tuo fratello Tyrion ad Approdo del Re, non di fare giochetti di parole con te. Fa’ silenzio.»
«Ho la nausea di fare silenzio, donna.»
«E allora parla con ser Cleos. Non ho niente da dire ai mostri.»
Jaime ululò. «Ci sono mostri, qua attorno? Nascosti sott’acqua, forse? Nel folto dei cespugli? E io non ho nemmeno la mia spada!»
«Un uomo che ha violato sua sorella, che ha assassinato il suo re, che ha lanciato un bambino innocente dall’alto di una torre non merita nessun altro nome.»
“Innocente? Quel dannato ragazzino ci stava spiando.” L’unica cosa che Jaime aveva desiderato quel giorno era stare un’ora da solo con Cersei. Il viaggio verso nord era stato un vero e proprio tormento: vederla ogni momento senza poterla toccare, sapendo che Robert, ubriaco marcio, caracollava nel letto con lei ogni notte in quella grande e scricchiolante casa su ruote. Tyrion ce l’aveva messa tutta per tenerlo di buonumore, ma non era bastato.
«Riguardo a Cersei» ammonì Jaime «farai bene a misurare le parole, donzella.»
