
Dietro i telescopi, il carosello: un grande volano bianco che ruotava lentamente attorno al resto della nave, con quattro raggi convergenti al centro.
Allo stelo centrale erano agganciate altre apparecchiature, fra cui le vasche idroponiche e i diversi componenti del modulo d’atterraggio: sistema di sopravvivenza, trattore da esplorazione, due stadi per la discesa e uno stadio a motore per il rientro.
Il modulo d’atterraggio doveva servire a esplorare le lune di Saturno, Giapeto e Rea in particolare. A parte Titano, che possedeva un’atmosfera e quindi non sarebbe stato esplorato in quel viaggio, Giapeto era il corpo celeste più interessante. Fino agli anni Ottanta aveva mostrato una spiccata luminosità in un emisfero; poi, nel giro di vent’anni, la luminosità era divenuta quasi uniforme. Adesso nel grafico della luminosità si riscontravano due punte minime su zone opposte dell’orbita. Il modulo d’atterraggio avrebbe dovuto scoprire la ragione del fatto, anche se ormai il grande mistero era Temi.
Nel complesso, il Ringmaster assomigliava molto a un’altra astronave, quella di un classico del cinema di fantascienza, il Discovery di 2001: Odissea nello spazio. Il che non, era sorprendente, dato che i concetti-base che avevano ispirato la progettazione delle due navi erano gli stessi anche se poi uno era partito solo su pellicola.
Cirocco dovette uscire per spostare l’ultimo dei pannelli che riflettevano la luce del Sole e che alimentavano il sistema vitale del Ringmaster. Nei veicoli spaziali uno dei problemi è quello di sbarazzarsi dell’eccesso di calore, ma attualmente erano abbastanza lontani dal Sole perché non dovessero preoccuparsi più di tanto per la dispersione.
