Gaby inserì le due lastre nel computer e impostò il programma. Le foto vennero ingradite, combinate, poi rapidamente alternate l’una all’altra. Le indicò a Cirocco. Due minuscoli puntini luminosi, poco distanziati fra loro, brillarono sullo schermo.

— Vedi? — disse Gaby, fiera. — Il movimento sembra impercettibile, ma le foto sono state scattate a sole ventitré ore di distanza.

Gene richiamò la loro attenzione.

— Arrivano i rilievi orbitali — disse.

Gaby e Cirocco lo raggiunsero. Il braccio di Gene girò attorno alla vita di Gaby, possessivo, ma nessuno disse niente. Anche se le sorelle Polo avevano visto, fecero finta di nulla. Avevano imparato tutti a non intromettersi negli affari degli altri.

Il grande disco luminoso di Saturno spiccava al centro del rilevatore. Attorno al pianeta erano tracciati otto cerchi blu, ognuno più ampio dell’altro, tutti disposti sul piano equatoriale degli anelli. Su ogni cerchio c’era una sfera, simile a una singola perla in una collana, e ognuna era contraddistinta da nomi e numeri: Mnemosine, Giano, Mimas, Encelade, Teti, Dione, Rea, Titano, Iperione. Molto più esternamente c’era la decima orbita, visibilmente inclinata: si trattava di Giapeto. Febe, il satellite più lontano, non era visibile sulla scala che stavano usando.

Apparve una nuova orbita. Era un’ellissi eccentrica, quasi tangente alle orbite di Rea e Iperione, disposta di traverso rispetto al cerchio che rappresentava Titano. Cirocco la studiò, alzò la testa. Guardando in su osservò le dita di Gaby che impostavano programmi sempre nuovi sul computer mentre le cifre sullo schermo cambiavano di continuo a ogni veloce sfarfallio delle sue dita.

— Tre milioni di anni fa è arrivato vicinissimo a Rea — disse Gaby. — Adesso si trova al di sopra dell’orbita di Titano, pensando alla perturbazione come a un fattore probabilistico, ma è tutt’altro che stabile.

— E che significa? — chiese Cirocco.



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