Bassa nel firmamento brillava la Terra dall’azzurro cielo, che adesso era la stessa della sera di Marte, e vicino ad essa cavalcava l’esile falce di Fobos.

Ai coleotteroidi di Marte questa scena si presentava molto diversa, poiché essi dipendevano dalla percezione più di qualunque altro sistema sensoriale, per quanto elaborato. Il loro cervello interno era conscio in modo diretto di tutto ciò che si trovava entro un raggio d’una ventina di metri. Per loro, l’azzurro bagliore della Terra era una nube fotonica che si diffondeva ai limiti della soglia della percezione, simile, ma ben distinta dalle altre nubi fotoniche delle stelle e delle deboli lune. Non potevano percepire nessuna immagine distinta della Terra, a meno che non avessero fatto uso di lenti per portare una simile immagine all’interno della loro portata percettiva. Erano consci del suolo sotto di loro come di un emisfero sabbioso percorso da un labirinto di gallerie scavate da vermi e centopiedi. Erano consci dei propri corpi corazzati e segmentati, e dei propri pensieri. Ma la loro attenzione era soprattutto concentrata, adesso, su quell’inefficiente congerie d’organi molli e scoperti che pensava a se stesso come al signor Whitlow: una stupefacente, umidiccia zuppetta di vita sull’asciutto, avaro Marte.

La fisiologia dei coleotteroidi era tipica d’un pianeta dall’economia impoverita. I loro gusci erano doppi; l’intercapedine poteva essere svuotata durante la notte, per trattenere il calore, e nuovamente riempita di giorno per assorbirlo dall’esterno. I loro polmoni erano veri e propri accumulatori di ossigeno: ad ogni espirazione corrispondevano circa cento inspirazioni di quell’atmosfera rarefatta, e la bocca a doppia valvola consentiva di accumulare una considerevole pressione interna. Utilizzavano il cento per cento dell’ossigeno inspirato ed esalavano anidride carbonica mista ad altri prodotti di scarto della respirazione. Le occasionali folate di quest’alito incredibilmente cattivo facevano arricciare le narici al signor Whitlow.



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