
Non era niente affatto ovvio cosa mai permettesse al signor Whitlow di continuare a funzionare, di parlare perfino, in quella gelida scarsità di ossigeno. Ciò costituiva una domanda sconcertante almeno quanto la fonte del morbido chiarore che l’inondava.
La comunicazione fra lui e il suo pubblico era puramente telepatica. Stava parlando vocalmente dietro precisa richiesta dei coleotteroidi, poiché, come la maggior parte dei non-telepati, riusciva a organizzare e a render chiari al meglio i suoi pensieri mentre parlava. La sua voce era drasticamente attenuata a causa dell’aria sottile: sembrava l’ago d’un fonografo che raschiasse la superficie d’un disco senza amplificazione, il tutto intensificato dall’arcana e ridicola ampollosità del suo ampio gesticolare e delle sue contorsioni facciali.
«E così», concluse ansando Whitlow, scostandosi una volta ancora i lunghi capelli dalla fronte, «torno alla mia domanda originaria: attaccherete la Terra?»
«E noi, signor Whitlow», pensò il capo-coleotteroide, «torniamo alla nostra domanda originaria: perché dovremmo?»
Il signor Whitlow fece una smorfia, rivelando una pazienza ormai logora: «Come vi ho già detto ormai parecchie volte, non posso fornirvi una spiegazione completa. Ma vi garantisco la mia buona fede. Farò del mio meglio per fornirvi i mezzi di trasporto e facilitarvi la cosa in tutti i modi. Intendiamoci, dovrà trattarsi soltanto d’una invasione simbolica. Dopo breve tempo, potrete ritirarvi su Marte col vostro bottino. Non vorrete certo trascurare quest’occasione».
