
«Signor Whitlow», rispose il capo-coleotteroide con un umorismo velenoso e asciutto come il suo pianeta, «non posso leggere i suoi pensieri a meno che lei non li vocalizzi. Sono troppo confusi. Ma posso percepire i suoi pregiudizi. Lei opera partendo da un grosso malinteso riguardo la nostra psicologia. È chiaro che sul suo mondo è tradizione pensare agli esseri alieni dotati d’intelligenza come a mostri malefici il cui unico desiderio è saccheggiare, distruggere, tiranneggiare e infliggere innominabili crudeltà a creature meno progredite di loro. Niente potrebbe essere più lontano dal vero. Noi siamo una razza antica e priva di emozioni. Ci siamo lasciati alle spalle le passioni e le vanità — perfino le ambizioni — della nostra giovinezza. Noi non intraprendiamo nessun progetto se non per motivi più che validi».
«Ma questo è appunto il caso. Non vedete i grossi vantaggi della mia proposta? Quasi senza alcun rischio per voi avrete modo di fare un prezioso bottino».
Il capo dei coleotteroidi si sistemò più a suo agio sul piccolo macigno, e così fecero i suoi pensieri. «Signor Whitlow, mi permetta di ricordarle che non abbiamo mai affrontato una guerra con leggerezza. Durante l’intero corso della nostra storia, i nostri unici nemici intelligenti sono stati i molluscoidi dei mari senza maree di Venere. Nella primavera della loro cultura giunsero fin qui a bordo delle loro astronavi spaziali piene d’acqua, e noi fummo costretti a combattere guerre lunghe e amare. Ma alla fine anch’essi raggiunsero la maturità razziale e una certa spassionata saggezza, anche se non equivalente alla nostra. Fu dichiarata una tregua perpetua, a condizione che ognuna delle parti se ne restasse sul proprio pianeta e non tentasse più nessuna incursione. Per molte epoche abbiamo rispettato quella tregua, vivendo in mutuo isolamento. Perciò, come può vedere, signor Whitlow, lei può imputarci qualunque cosa, ma non d’essere inclini ad accettare una proposta strana e confusa come la sua».
