
Hutchman, con fatica, scacciò il passato. Esitò un secondo nella cucina fresca, poi decise di non mangiare. Andò in camera da letto, si tolse gli abiti, s’infilò un paio di calzoni da casa e una camicia attillata, prese dall’armadio l’attrezzatura da balestriere. Sotto i polpastrelli, il legno lucido dell’arco era liscio come il vetro. Portò l’attrezzo fuori, sul retro della casa, tirò giù dalla scansia il bersaglio pesante in corda arrotolata e lo sistemò sul treppiede. Il giardino della casa, in origine, non era abbastanza lungo per contenere un prato di un centinaio di metri e Hutchman aveva comperato un altro pezzo di terreno spostando in parte la vecchia recinzione. Una volta sistemato il bersaglio si dedicò al rituale distensivo, quasi Zen, del tiro dell’arco: primo, conficcare nel terreno i puntali d’argento per segnare la posizione dei piedi, poi mettere a punto l’arco, controllare che le sei frecce fossero perfettamente diritte e finalmente sistemarle nella faretra da campo.
