La prima freccia salì con un volo netto, al culmine della traiettoria rifletté la luce del sole e scomparve. Un attimo dopo lui sentì che aveva colpito il bersaglio con un colpo secco, nitido. Significava che la freccia era finita al centro. Guardando col binocolo, ebbe la conferma che si era conficcata nel tondino azzurro, nella posizione delle sette.

Soddisfatto di avere calcolato con tanta precisione l’effetto dell’umidità sul tiro, ne fece altri due, dopo aver proceduto ad alcune piccolissime variazioni sui perni che regolavano sia l’innalzamento sia la portata del vento. Tolse le frecce dal bersaglio e si preparò per i 144 tiri di un York Round, seguendo con attenzione tutti i punti indicati nel suo manuale. Via via che la gara procedeva una parte del suo cervello era interamente assorbita nella ricerca del risultato perfetto, mentre un’altra tornava di continuo ad affrontare il problema di come il noto matematico Lucas Hutchman avrebbe recitato la parte di Dio.

Sul piano teorico la situazione era di una nettezza adamantina, assolutamente priva di complicazioni. Lui era in grado di tradurre in realtà fisica i simboli tracciati sul foglio protocollo. Per arrivare a tanto, aveva bisogno di alcune settimane di lavoro e, all’incirca di un migliaio di sterline di materiale elettrico ed elettronico. Il risultato sarebbe stata una macchina piccola, dall’aspetto tutt’altro che imponente.

Quella macchina, però, sapeva disinnescare all’istante qualunque apparecchio nucleare della Terra.

Una macchina anti-bomba, insomma.

Una macchina anti-guerre.

Uno strumento per convertire le mega-morti in mega-vite.

L’idea di costruire un risonatore a neutroni era venuta a Hutchman una mattina tranquilla, di domenica, quasi un anno prima.



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