Perché devo essere pronto a premere il pulsante nero…

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Hutchman prese dal tavolo il foglio protocollo, gli diede un’occhiata e si accorse che stava succedendo qualcosa di molto strano alla sua faccia.

Una sensazione di gelo, partendo dalla radice dei capelli, si allargò, come un’ondata al rallentatore, sulla fronte, le guance e il mento. Dove arrivava l’onda gelida, la pelle pizzicava dolorosamente, e lui aveva l’impressione che i singoli pori, uno dopo l’altro, si aprissero e richiudessero come folate di vento in un campo di grano. Si portò la mano alla fronte e si accorse che era appiccicosa, madida di sudore freddo.

Sudo freddo, pensò turbato, aggrappandosi volentieri a quel particolare di nessun rilievo. Si può davvero sudare freddo, non è un modo di dire!

Si asciugò la faccia, poi si alzò stendendo le gambe. Erano molli. Il foglio di carta sul tavolo rifletteva il sole con una luce malevola. Hutchman guardò le colonne di numeri che aveva allineato sulla pagina e, di colpo, la sua mente rifiutò di pensare a quello che significavano. Che scrittura anonima! In certi punti le cifre sono tre, quattro volte più grosse che in altri. È un segno di mancanza di carattere.

Macchie di colore indefinito, malva e zafferano, vagavano dietro la parete di vetro molato che lo separava dalla sua segretaria. Afferrò il rettangolo di carta e l’infilò nella tasca della giacca, ma la macchia di colore non veniva dalla sua parte, si spostava verso il corridoio. Hutchman aprì la porta e mise la testa nella stanza di Muriel Burnley. La segretaria aveva la faccia guardinga e contegnosa della direttrice di un piccolo ufficio postale su un corpo stranamente sexy che era, per lei, soltanto una ragione di imbarazzo.



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