«Uscite?» Hutchman disse la prima parola che gli venne in mente, mentre si guardava attorno con aria imbarazzata, nell’ufficio troppo angusto e ingombro di classificatori color verde oliva. I manifesti turistici e le piante con cui lo aveva arredato Muriel aumentavano, se possibile, l’atmosfera di claustrofobia. Lei guardò, con aria perplessa e un po’ risentita, la sua mano destra sulla maniglia della porta e la tazza di caffè con il pezzo di cioccolata che reggeva nella sinistra. Poi fissò l’orologio che segnava le dieci e mezzo, ora in cui, di solito, interrompeva il lavoro e passava il quarto d’ora di intervallo in corridoio in compagnia di un’altra segretaria. Non disse niente.

«Volevo soltanto sapere se Don è in ufficio» inventò Hutchman. Don Spain era il ragioniere che aveva l’ufficio di fronte a quello di Muriel più i servizi in comune.

«Lui!» La faccia di Muriel, dietro le lenti color vetro bruno-antico che separavano i suoi occhi dal resto del mondo, era sprezzante. «Sarà qui solo tra mezz’ora: oggi è martedì.»

«E che cosa succede il martedì?»

«È il giorno dell’altro lavoro.» Muriel parlava con ostentata lentezza.

«Ah!» In quel momento Hutchman si ricordò che Spain teneva i conti di una panetteria dall’altra parte della città, e che di solito se ne occupava il martedì. Avere un secondo impiego, gli faceva spesso notare Muriel, voleva dire infrangere le norme della società! In realtà, la causa vera della sua irritazione era che Spain, per colpa della panetteria, le dava tutte le sue lettere da battere.

«Va bene, allora. Andate pure a prendervi il caffè.»

«Stavo andandoci» gli rispose lei, chiudendosi la porta alle spalle con decisione.

Hutchman ritornò in ufficio e tirò fuori dalla tasca il foglio coperto di simboli matematici.



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