Sembravano più capannoni che vere e proprie case, eppure quelle costruzioni erano realmente esistite e, a osservarle con attenzione, si scoprivano, nella vecchia celluloide, frammenti della vita di tutti i giorni di quel tempo. Vite anonime, con ghiacciaie sgocciolanti e radio enormi chiuse in mobiletti di legno scolpito che, tuttavia, avevano la sicurezza di un passato in cui il peggio che poteva capitare era di trovarsi per qualche anno nelle liste della pubblica assistenza, o, in tempo di guerra, una morte comprensibile, provocata da un ordigno bellico.


Ci sono riuscito, pensava Hutchman, riesco a far ballare i neutroni. Al film seguì il carosello pubblicitario, ma più spezzato del solito. Quando Lucas Hutchman cominciava a rilassarsi, il quadro sparì e poi, bruscamente, ritornò. Sullo schermo apparve una nube a forma di fungo, ribollente ma immobile, che sotto le sue volute tumultuose nascondeva le casette bianche e cubiche di Damasco. L’immagine sussultava violentemente: evidentemente era stata ripresa da un elicottero sprovvisto della normale attrezzatura. Il commento musicale, stridulo e incalzante, riempì la stanza. Al diavolo questi appelli apocalittici, pensò Lucas. Non potevano farne a meno, per una volta. Non si tratta di uno sciopero, e neanche di quelle eterne, noiose conferenze sindacali. Sullo schermo apparve l’annunciatore che parlò rapido e conciso. Ripeté i fatti già noti, aggiunse che il numero dei morti ammontava, secondo le ultime valutazioni, ad almeno 400.000. Proseguì descrivendo la febbrile attività diplomatica in corso nelle diverse capitali. Finalmente toccò un punto che, secondo Hutchman, era uno degli elementi più importanti: L’ordigno nucleare, secondo le ipotesi più recenti, non è stato sganciato né da un missile né da un aereo militare. Ci viene comunicato che si trovava a bordo di un apparecchio civile che, nell’istante in cui avvenne la deflagrazione, sorvolava la città diretto verso l’aeroporto di Mezze, a sette chilometri in direzione sudovest.



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