
«Sì.» La voce era diffidente. «Sei tu, Bert?»
«No.» Hutchman respirò a fondo. «La corsa ci sarà lo stesso, oggi?»
«Ma certo che ci sarà» l’uomo fece una risata stridula, come se muovesse dei chiodi in un barattolo. «E perché non dovrebbe svolgersi? Fa bello, no?»
«Direi di sì. Comunque, volevo essere sicuro. Da come vanno le cose…» Hutchman riappese e si fermò a guardarsi in uno specchio dorato. Il tempo è bello e non c’è traccia di pioggia radioattiva.
«A chi hai telefonato?» Vicky aveva aperto la porta di cucina e lo fissava.
«Allo stadio» le rispose.
«E perché?»
Hutchman ebbe la tentazione di chiederle se l’esistenza in più o in meno di una città proprio non importava a nessuno. «Per chiedere a che ora cominciava la prima gara.»
Lei gli diede un’occhiata veloce, poi rientrò in cucina, nel suo universo privato e, un momento dopo, lui la sentì cantare mentre riordinava le stoviglie. David uscì dalla cucina masticando vorticosamente, e andò in camera sua lasciandosi dietro un vago profumo di menta. Hutchman fece il padre severo.
«David» urlò. «Cosa ti ho detto, a proposito della gomma da masticare?»
«Mi hai detto di non masticarla.»
«E allora?»
David, per tutta risposta, diede ancora due masticate violente, chiaramente percettibili dietro la porta chiusa. Hutchman scosse la testa, però lo ammirava. Suo figlio era indomabile, proprio come i ragazzini di sette anni sanno esserlo. Ma quanti ragazzini come lui, erano morti a Damasco? Seimila? E quelli di sei, di cinque anni, e quelli ancora più piccoli?
«Lascia in pace David» disse Vicky mentre gli passava vicino, diretta in camera loro. «Che male può fargli un chewing-gum?»
I muri, che sembravano sul punto di crollargli addosso, tornarono all’istante al loro posto. «Ma lo sai che lo manda giù sempre?» Lucas articolò le parole, obbligando la mente e il cervello a seguire quelle futilità domestiche. «È assolutamente indigeribile.»
