
Il livello commerciale della città era affollato dei colori del giovedì, indossati dai compratori. Donne con chitoni giallo-canarino e uomini in costumi pseudotirolesi, che erano di giada e di cuoio, aderentissimi, a parte i calzoni a sbuffo.
Quando l’Arlecchino apparve sul guscio ancora in costruzione del nuovo Centro Acquisti Efficienza, con il megafono accostato alle labbra ridenti da folletto, tutti lo indicarono e spalancarono gli occhi, e lui li rimproverò.
— Perché vi lasciate dar ordini? Perché lasciate che vi dicano di affrettarvi e di correre come formiche o bruchi? Prendetevela con calma! Passeggiate un po’! Godetevi il sole, godetevi la brezza, lasciate che la vita vi trasporti secondo il vostro ritmo! Non siate schiavi del tempo, è un modo orribile di morire, lentamente, a poco a poco… abbasso l’Uomo del Tic-Tac!
Chi è quel pazzo? chiedevano quasi tutti. Chi è quel pazzo, oh, arriverò in ritardo debbo scappare…
E la squadra addetta alla costruzione del Centro Acquisti ricevette un ordine urgente dall’ufficio del Maestro Cronometrista: il pericoloso criminale conosciuto come l’Arlecchino era sulla loro guglia, e il loro aiuto era indispensabile per catturarlo. Gli operai risposero di no, perché sarebbero rimasti indietro con le tabelle orarie del lavoro di costruzione, ma l’Uomo del Tic-Tac tirò i fili giusti, e gli operai ricevettero l’ordine di interrompere il lavoro e di catturare quel pagliaccio con il megafono, lassù sulla guglia. Perciò dodici operai robusti, o più, cominciarono a salire sulle piattaforme da costruzione, attivando le lastre antigravità e ascendendo verso l’Arlecchino.
Dopo la disfatta (in cui, grazie alla sollecitudine dell’Arlecchino per la sicurezza di tutti, nessuno rimase ferito gravemente), gli operai cercarono di riorganizzarsi e di assaltarlo di nuovo, ma era troppo tardi. Era svanito. Tuttavia aveva attirato una grande folla, e il ciclo degli acquisti venne sbilanciato di varie ore, addirittura.
