La moglie ricevette la notifica del fattorino grigio-vestito che la consegnò con la tradizionale “espressione di rammarico” orribilmente dipinta sulla faccia. Lei capì di cosa si trattava, senza bisogno di aprire la busta. Era un tipo di bigliettino che a quei tempi tutti riconoscevano al volo. Soffocò un grido, e lo tenne come se fosse un vetrino coperto di botulino, e pregò che non fosse per lei. Che sia per Marsh, pregò, brutalmente, realisticamente, o per uno dei ragazzi, ma non per me, ti prego, buon Dio, non per me. E poi l’aprì, ed era per Marsh, e lei provò nello stesso istante un senso di orrore e di sollievo. Il proiettile se l’era buscato un altro soldato della fila. — Marshall! — urlò. — Marshall! Terminazione, Marshall! OmioDio, Marshall, cosafaremo, cosafaremo, Marshall, ohmiodiomarshall… — E in casa loro, quella notte, vi fu il suono della carta strappata e della paura, e il fetore della follia saliva e saliva e non c’era nulla, assolutamente nulla che loro potessero fare.

(Ma Marshall Delahanty cercò di fuggire. E il giorno dopo, di buon’ora, quando venne il momento dello spegnimento, era nel cuore della foresta a duecento miglia di distanza, e l’ufficio dell’Uomo del Tic-Tac scaricò la cardiolastra, e Marshall Delahanty si accasciò, mentre correva, e il suo cuore si fermò, e il sangue si inaridì mentre saliva al cervello, e lui morì, ecco tutto. Una lampadina si spense nella mappa del suo settore, nell’ufficio del Maestro Cronometrista, mentre la notifica veniva registrata per la riproduzione in facsimile, e Georgette Delahanty veniva iscritta d’ufficio nei ruoli dell’assistenza pubblica, in attesa che potesse risposarsi. Qui finisce la nota, ed è tutto ciò che è necessario dire, ma non ridete, perché è quello che sarebbe accaduto all’Arlecchino, se mai l’Uomo del Tic-Tac avesse scoperto il suo vero nome. Non è divertente).



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