
Era diventato una personalità, una cosa che loro avevano eliminato dal sistema già molti decenni prima. Ma era così, e c’era lui, una personalità decisamente imponente. In certi ambienti — gli ambienti del ceto medio — la cosa veniva considerata disgustosa. Ostentazione volgare. Anarchica. Vergognosa. In altri ambienti c’erano solo risolini, negli strati in cui il pensiero è asservito alla forma e al rituale, alla correttezza, ai convenevoli. Ma più giù, oh, molto più giù, dove la gente aveva sempre bisogno di santi e di peccatori, di panem et circenses, eroi e cattivi, era considerato un Bolivar; un Napoleone; un Robin Hood; un Dick Bong (Asso degli Assi); un Gesù; un Jomo Kenyatta.
E al vertice — dove ogni fremito e ogni vibrazione minacciano di spodestare i ricchi, i potenti e i titolati dalle loro rocche — era considerato una minaccia; un eretico; un ribelle; un disonore; un pericolo. Era conosciuto giù giù per la catena gerarchica, fino al nucleo, ma le reazioni importanti erano in alto in alto e in basso in basso. Al vertice, e in fondo.
Perciò venne tirato fuori il suo incartamento, insieme alla sua scheda oraria e alla sua cardiolastra, e tutto venne consegnato nell’ufficio dell’Uomo del Tic-Tac.
L’Uomo del Tic-Tac: alto molto più di un metro e ottantacinque, spesso taciturno, un uomo morbido che faceva le fusa quando le cose andavano bene. L’Uomo del Tic-Tac.
