Persino negli ambienti della Gerarchia, dove la paura veniva generata, di rado subita, veniva chiamato l’Uomo del Tic-Tac. Ma nessuno lo chiamava così al cospetto della sua maschera.

Non si chiama un uomo con un nome odiato, quando quell’uomo, dietro la sua maschera, è capace di revocare i minuti, le ore, i giorni e le notti, gli anni della vostra vita. Era chiamato Maestro Cronometrista, in sua presenza. Era meno pericoloso.

— Questo è ciò che è — disse l’Uomo del Tic-Tac con autentica dolcezza. — Ma non chi è. La scheda oraria che tengo nella mano sinistra reca impresso un nome, ma è il nome di ciò che è, non chi è. Questa cardiolastra che tengo nella mano destra reca pure impresso un nome, ma di ciò che è nominato, non di chi. Prima di poter operare una regolare revoca, debbo sapere chi è.

Ai suoi collaboratori, tutti i furetti, tutti i confidenti, tutti gli spioni, tutti gli informatori, persino i commessi, disse: — Chi è questo Arlecchino?

Non faceva le fusa. Dal punto di vista del tempo, strideva.

Tuttavia, quello era veramente il discorso più lungo che gli avessero sentito pronunciare in una volta sola i collaboratori, i furetti, i confidenti, gli spioni, gli informatori, ma non i commessi, che di solito comunque non erano lì per poterlo sapere. Ma anch’essi si precipitarono per scoprirlo.

Chi è l’Arlecchino?

Lassù, sopra il terzo livello della città, stava rannicchiato sulla ronzante piattaforma d’alluminio della scialuppa aerea (puah! scialuppa aerea, proprio! era una barchetta raffazzonata in qualche modo) e guardava, laggiù, l’ordinata disposizione degli edifici, che sembrava un quadro di Mondrian.

Nelle vicinanze, sentiva il ritmo da metronomo sinist-destr-sinist del turno delle 2.47 pomeridiane, che entrava un minuto dopo, udì il più sommesso destr-sinist-destr della formazione delle 5.00 antimeridiane che tornava a casa.



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