Inoltre, anche volendo, non sarebbe più stato possibile preparare una guerra su vasta scala. Negli anni Novanta era nata l’età della trasparenza quando intraprendenti agenzie giornalistiche avevano cominciato a mettere in orbita satelliti di osservazione dotati di obiettivi paragonabili a quelli che i militari impiegavano da trent’anni. Il Pentagono e il Cremlino impazzirono di rabbia, tra l’indifferenza della Reuter, dell’Associated Press e delle telecamere, funzionanti ventiquattro ore su ventiquattro, dell’Agenzia Giornalistica Orbitale.

Nel 2060 il disarmo non era ancora totale, ma il mondo poteva dirsi pacificato, e le ultime cinquanta bombe nucleari erano sotto stretto controllo internazionale. Vi fu una scarsissima opposizione a che un monarca molto amato, Edoardo VIII, venisse eletto primo Presidente Planetario: solo una decina di Stati si opposero. Si andava dalla Svizzera, sempre ostinatamente neutrale (ma i cui ristoranti e alberghi accoglievano a braccia aperte il nuovo personale amministrativo), alle Malvine, i cui abitanti, attaccati all’indipendenza con un amore che rasentava il fanatismo, si opponevano a ogni tentativo compiuto dagli inglesi e dagli argentini di attribuirsi quelle isole.

Lo smantellamento dell’industria degli armamenti — di proporzioni vastissime e in larga misura parassitaria — aveva dato una spinta incredibile, e in qualche caso anche pericolosa, all’economia mondiale. Le materie prime e le intelligenze di prim’ordine non sparivano più come inghiottite da un buco nero — né, peggio ancora, venivano utilizzate a scopi distruttivi. Potevano venir usate per riparare i danni e la trascuratezza di secoli, per ricostruire il mondo.



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