
Il narratore non indugiò con eccessivo compiacimento sulla costernazione provata dalle grandi potenze quando un presunto satellite artificiale cinese lasciò all’improvviso la sua orbita dirigendosi verso Giove, precedendo così la missione russoamericana a bordo del Cosmonauta Alexei Leonov. Era, quella, una storia così ricca di colpi di scena e così tragica nel finale che non abbisognava di ulteriori abbellimenti.
Purtroppo c’era ben poco materiale visivo originale che la illustrasse: si doveva far affidamento soprattutto su effetti speciali e sulle ricostruzioni effettuate in seguito sulla base di ricognizioni fotografiche eseguite a distanza. Durante la breve permanenza sulla gelata superficie di Europa, l’equipaggio della Tsien aveva avuto ben altro da fare che pensare a girare documentati televisivi o anche solo a montare una telecamera automatica.
Comunque, le registrazioni audio permettevano di ricostruire il dramma di quel primo atterraggio sulle lune di Giove. I commenti trasmessi da Heywood Floyd da bordo della Leonov in fase di avvicinamento servivano benissimo a ricreare l’atmosfera, ed esistevano moltissime fotografie di repertorio di Europa con cui illustrare visivamente la scena:
«In questo momento sto osservando Europa per mezzo del telescopio più potente che abbiamo a bordo: con questo ingrandimento appare dieci volte più grande della Luna così come la vediamo a occhio nudo. Ed è una visione davvero strana e inquietante.
«La superficie è di un color rosa uniforme, con qualche chiazza bruna. Essa è tutta ricoperta di un intricato intreccio di linee sottili che si estendono ovunque. Direi che assomiglia molto a una di quelle fotografie che si vedono nei libri di medicina e che mostrano la rete delle vene e delle arterie.
«Alcune di queste linee sono lunghe centinaia, o forse migliaia, di chilometri, e ricordano i canali immaginari che a Percival Lowell e agli altri astronomi dell’inizio del secolo scorso pareva di scorgere su Marte.
