Il punto esatto del rendezvous non era ancora stabilito, ma la decisione del dottor Floyd era irrevocabile. «Cometa di Halley, arrivo…» bisbigliò Heywood Floyd.

2. PRIMO AVVISTAMENTO

Non è vero che bisogna lasciare la Terra per poter apprezzare tutto lo splendore del cielo. Il cielo stellato visto dallo spazio non è più bello di quello che si vede dalla cima di un’alta montagna in una notte limpida, lontano da ogni sorgente di luce artificiale. Le stelle appaiono più luminose se viste fuori dall’atmosfera, ma l’occhio non è in grado di cogliere la differenza; e poi il colpo d’occhio offerto da tutto un emisfero celeste è ben altra cosa della fettina di cielo che si può vedere da un oblò.

Ma Heywood Floyd era più che contento di come gli appariva l’universo, e soprattutto quando la zona residenziale si trovava nel cono d’ombra proiettato dall’ospedale in lenta rotazione. Allora nel suo campo visivo rettangolare non si vedevano altro che stelle, pianeti, nebulose — e talvolta, più luminosa di tutti, la luce ferma e splendente di Lucifero, in gara con quella del Sole.

Dieci minuti prima che iniziasse la sua notte artificiale spegneva tutte le luci della cabina — anche la lucina rossa d’emergenza — in modo da avere il tempo di abituarsi al buio assoluto. Aveva scoperto tardi, per essere un tecnico spaziale, i piaceri dell’astronomia a occhio nudo; ora però sapeva riconoscere praticamente tutte le costellazioni anche solo scorgendone una piccola parte.

Quasi ogni «notte», in maggio, quando la cometa passava internamente all’orbita di Marte, egli ne aveva rilevato la posizione sulle carte astrali.



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