Getti di vapore acqueo mescolato a polveri e a chissà quali composti organici fuoriuscivano da cinque o sei piccoli crateri; il maggiore era grande all’incirca quanto un campo da football e prendeva regolarmente a eruttare due ore dopo che il Sole si era levato sopra l’orizzonte della cometa. Era identico a un famoso geyser terrestre, e infatti subito l’avevano battezzato «Old Faithful», il Vecchio Fedele.

Già Heywood Floyd s’immaginava ritto sull’orlo di quel cratere in attesa che il Sole sorgesse sul buio e contorto paesaggio che già conosceva per averlo visto nelle fotografie prese dallo spazio. Purtroppo, quando l’astronave sarebbe atterrata sulla Cometa di Halley, non era previsto che i passeggeri sbarcassero, come avrebbero fatto invece il personale scientifico e l’equipaggio.

D’altra parte, nell’accordo che aveva sottoscritto non si vietava esplicitamente lo sbarco dei passeggeri.

Avranno il loro daffare a impedirmelo… pensò Heywood Floyd, so usare ancora una tuta spaziale. E se invece non ne sono più capace…

Gli tornò alla mente una cosa che aveva letto. Vedendo il Taj Mahal, un turista aveva detto: «Sono pronto a morire anche domani per un monumento così.»

Lui si sarebbe accontentato della Cometa di Halley.

3. RIENTRO

Anche a prescindere dall’incidente, il ritorno sulla Terra non era stato facile.

Il primo trauma era venuto subito dopo che la dottoressa Rudenko l’aveva risvegliato dal suo lungo sonno. Accanto a lei c’era Walter Curnow, e sebbene Floyd non fosse ancora pienamente cosciente si era accorto subito che qualcosa non andava. I due l’avevano salutato con un calore esagerato che non riusciva a nascondere la tensione. Solo quando si fu del tutto ripreso gli dissero che il dottor Chandra era morto.



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