
Oltre l’orbita di Marte il suo corpo aveva cessato di vivere e la morte era avvenuta così gradualmente che gli strumenti di controllo non avevano potuto individuarne il momento esatto. Il cadavere, alla deriva nello spazio, aveva continuato a seguire l’orbita della Leonov e già da lungo tempo era stato distrutto dai fuochi del Sole.
La causa della morte non si era potuta determinare, ma Max Brailovsky aveva una sua idea — pochissimo scientifica, d’accordo, ma che nemmeno la dottoressa Rudenko si sentiva di respingere.
«Non poteva più vivere senza Hal.»
E Walter Curnow aveva aggiunto anche: «Chissà Hal come la prenderà. È da qualche parte nello spazio, e ascolta tutte le nostre trasmissioni. Prima o poi lo verrà a sapere».
E ora anche Curnow non c’era più — come tutti quanti, del resto, tranne la piccola Zenia. Erano vent’anni che non la vedeva, ma puntualmente ogni Natale lei gli mandava una cartolina. L’ultima era ancora fissata alla parete vicino alla scrivania: c’era una troika carica di doni che correva tra le nevi dell’inverno russo, mentre un branco di lupi dall’aria molto affamata la seguiva con lo sguardo.
Quarantacinque anni! Certe volte gli sembrava che il ritorno della Leonov sulla Terra tra gli applausi di tutta l’umanità fosse avvenuto soltanto ieri. Applausi, sì, ma stranamente freddi; rispetto, certo, ma senza vero entusiasmo. La missione su Giove aveva avuto fin troppo successo; aveva aperto un vaso di Pandora di cui si doveva ancora finire di scoprire tutto il contenuto.
Soltanto un pugno di uomini sapeva dell’esistenza della cosiddetta Anomalia Magnetica Tycho Uno (TMA-1), e cioè del monolito nero trovato sepolto sulla Luna. Solo dopo lo sfortunato volo su Giove della Discovery il mondo apprese che quattro milioni di anni prima un’intelligenza non umana era passata per il sistema solare lasciando il suo biglietto da visita. La scoperta destò stupore, ma non giunse del tutto inaspettata: erano decenni che ci si attendeva qualcosa del genere.
