«Proprio come mi aspettavo», rispose Poole con un sorriso di sbieco. «È una situazione che stava già verificandosi ai miei tempi… e a molti non piaceva proprio.»

«Ad alcuni continua a non piacere. Se ne vanno a vivere in territori selvaggi… ce ne sono molti di più sulla Terra oggi di quanti ce ne fossero ai suoi tempi. Ma si portano sempre dietro i loro compact, così da poter chiedere aiuto nel caso finissero nei guai. Il tempo medio è di circa cinque giorni.»

«Mi spiace. È chiaro che la razza umana si sta deteriorando.»

La metteva cautamente alla prova, cercando di scoprire i limiti della sua tolleranza e tracciando una specie di mappa della sua personalità. Era evidente che avrebbero passato molto tempo insieme e che lui avrebbe dovuto dipendere da lei in centinaia di situazioni. Eppure si chiedeva ancora se gli sarebbe piaciuta: forse lei lo considerava semplicemente come un affascinante reperto da museo.

Con grande sorpresa di Poole, lei si dichiarò d’accordo con le sue critiche.

«Potrebbe essere vero… sotto alcuni aspetti. Forse noi siamo fisicamente più deboli, ma godiamo di una salute migliore e ci siamo adattati meglio della maggior parte degli esseri umani vissuti nei secoli. Il Buon Selvaggio è sempre stato un mito.»

Si diresse verso una targhetta rettangolare, collocata sulla porta all’altezza degli occhi. Aveva più o meno le dimensioni di una delle innumerevoli riviste proliferate nella lontana età della stampa, e Poole aveva notato che ogni stanza sembrava averne almeno una. Di solito erano vuote, ma a volte contenevano righe di testo che scorrevano lentamente, del tutto prive di significato per Poole, anche quando la maggior parte delle parole gli era nota. Una volta una targa della sua suite aveva emesso un suono insistente, e lui lo aveva ignorato partendo dal presupposto che qualcun altro si sarebbe incaricato del problema, di qualunque cosa si trattasse. Per fortuna il rumore era cessato di colpo com’era cominciato.



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