Poole continuò a dirigersi verso il finestrone e la visuale si ampliò fin quando non riuscì a vedere quel che c’era sotto di lui. Era piuttosto familiare: l’intera Europa e gran parte dell’Africa settentrionale, proprio come le aveva viste tante volte dallo spazio. Quindi era in orbita, dopotutto — probabilmente un’orbita equatoriale, a un’altezza di almeno mille chilometri.

Indra lo guardava con un sorriso beffardo.

«Avvicinati alla finestra», lo incitò a voce bassa. «In modo che tu possa guardare in giù. Spero che l’altezza non t’impressioni.»

Dire una cosa del genere a un astronauta è davvero stupido, pensò Poole mentre avanzava. Se avessi sofferto di vertigini, non avrei fatto questo lavoro…

Il pensiero gli aveva appena attraversato la mente quando esclamò: «Oddio!» e involontariamente fece un passo indietro, allontanandosi dalla finestra. Poi, facendosi coraggio, guardò di nuovo.

Stava osservando sotto di sé il Mediterraneo dalla facciata di una torre cilindrica, le cui pareti leggermente incurvate indicavano un diametro di parecchi chilometri. Ma non era niente in confronto all’altezza, perché si assottigliava sempre di più verso il basso fino a sparire in mezzo alle brume che sovrastavano una parte dell’Africa. Evidentemente continuava fino alla superficie, riflette Poole.

«A che altezza siamo?» mormorò.

«Duemila chilometri. Ma adesso guarda in alto.»

Questa volta non fu altrettanto scioccante: si era aspettato di vedere quello che ora stava osservando. La torre rimpiccioliva fino a diventare un filo scintillante nell’oscurità dello spazio e Poole non dubitò che continuasse fino all’orbita geostazionaria, trentaseimila chilometri sopra l’equatore. Simili chimere erano ben note all’epoca di Poole; ma non avrebbe mai pensato di vederle realizzate… e di viverci dentro.



19 из 200