
Quando la porta esterna del terminal si aprì e Poole si ritrovò in una camera di compensazione, capì che doveva essere sicuramente nello spazio. Ma dov’erano le tute spaziali? Si guardò attorno ansioso; era contrario a tutti i suoi istinti trovarsi così vicino al vuoto senza alcuna protezione addosso. Un’esperienza di quel tipo gli bastava e avanzava…
«Tra poco ci siamo», disse Indra in tono rassicurante.
L’ultima porta si aprì e Poole osservò l’oscurità totale dello spazio attraverso un finestrone immenso che sporgeva ricurvo. Si sentiva come un pesce rosso in una vaschetta e sperò che i progettisti di quell’audace opera di ingegneria sapessero con esattezza quel che facevano. Di certo erano in possesso di materiali strutturali migliori rispetto a quelli che erano esistiti tanto tempo fa.
Anche se fuori le stelle dovevano brillare come al solito, i suoi occhi abituati alla luce non riuscivano a vedere nient’altro che il nero vuoto al di là della curvatura del finestrone. Stava per avvicinarsi in modo da avere una visuale più ampia, quando Indra lo trattenne e indicò un punto davanti a loro.
«Guarda con attenzione», lo invitò. «Non lo vedi?»
Poole batte le palpebre e fissò la notte. Doveva sicuramente trattarsi di un’illusione ottica oppure, Dio non voglia, di una crepa nella finestra.
Girò il capo da una parte e dall’altra. No, era vero. Ma cosa poteva essere? Ricordò la definizione di Euclidei «Una retta ha lunghezza, ma non spessore». Perché, per tutta l’altezza del finestrone e continuando certamente fuori dalla visuale sia verso l’alto sia verso il basso, c’era un filo di luce che riusciva a vedere facilmente se lo fissava con attenzione, ma talmente unidimensionale che non gli si poteva applicare nemmeno l’aggettivo «sottile». Tuttavia non era solo un filo: per tutta la sua lunghezza c’erano puntini appena visibili di maggiore intensità a intervalli irregolari, come gocce d’acqua su una tela di ragno.
