
Fred Hoyle
John Elliot
A come Andromeda
1
Arrivo
La luce filtrava appena dal cielo mentre risalivano Bouldershaw Fell. Judy sedeva vicino al professore sul sedile posteriore dell’auto che percorreva la strada da Bouldershaw centro all’aperta brughiera; lanciò un’occhiata speranzosa fuori dal finestrino ma solo quando furono quasi in cima alla collina vide il radiotelescopio.
Si levò all’improvviso di fronte a loro: tre massicci piloni che si univano in cima a formare un arco triangolare, stagliato preciso contro il cielo declinante. Tra i sostegni, sul terreno, si incurvava una conca di cemento delle dimensioni di una arena, e sopra, sospesa alla sommità dell’arco, una conca metallica più piccola, rivolta in basso, puntava una lunga antenna verso il terreno. Le dimensioni della struttura non davano subito all’occhio; apparivano soltanto sproporzionate rispetto al paesaggio. Solo quando l’auto vi giunse e vi si fermò sotto, Judy cominciò a rendersi conto di quanto grande fosse. Era completamente diversa da tutto ciò che aveva mai visto: completamente e decisamente a sé, come una scultura.
Tuttavia, nonostante la sua singolarità, non c’era nulla di particolarmente minaccioso in quella struttura alta, incombente, che predicesse loro lo straordinario e disastroso futuro che ne doveva nascere.
Scesi dall’auto si fermarono un istante, nell’aria mite e dolce che riempiva loro testa e polmoni, e alzarono lo sguardo ai tre grossi piloni, al riflettore metallico che scintillava alto sopra di loro e al pallido cielo sullo sfondo. Tutt’intorno, sulla cima spoglia della collina, erano sparse alcune basse costruzioni e degli apparati minori di antenne, circondati da un reticolato metallico. Udivano solo il fischio del vento tra i piloni e il richiamo dei chiurli e potevano quasi sentire il grande orecchio di cemento e metallo, lì accanto, teso ad ascoltare le stelle.
