Il professore si diresse per primo verso l’edificio principale: una costruzione bassa dalla facciata di pietra, con l’entrata non ancora finita e il sentiero d’accesso tracciato da poco. Alcuni uomini stavano fissando i cardini del cancello e dipingendo i cartelli indicatori: tutto aveva un’aria molto nuova e recente sullo sfondo oscuro e dolce della collina.

«Abbiamo tutto l’armamentario di ferri chirurgici necessario,» spiegò il professore con un piccolo gesto della mano. «Qui dentro c’è il centro di controllo.»

Era un uomo sulla sessantina, piccolo, preciso e calmo come un medico di famiglia.

«Mica male il suo rampollo,» commentò Judy.

«È il rampollo più importante che abbia mai aiutato a venire al mondo. Un parto che è durato dieci anni.»

Le rivolse una strizzatina d’occhio e trotterellò con le sue scarpette nere su per i gradini che portavano all’edificio di controllo.

Il vestibolo aveva un aspetto provvisorio ma al tempo stesso familiare. L’inevitabile soffitto a pannelli bucherellati, l’inevitabile pavimento di graniglia, muri di mattoni imbiancati, illuminazione al neon. Un telefono a muro e un distributore di acqua potabile. Sulle pareti laterali due piccole porte e una porta doppia di fronte all’ingresso. Tutto qui. Un lieve sibilo proveniva dalla doppia porta. Quando il professore l’apri il sibilo si fece più forte. Sembrava un’interferenza in un apparecchio radio.

Mentre superavano la doppia porta uscì un uomo con il grembiule scuro degli addetti alla pulizia. I suoi occhi incontrarono per un momento quelli di Judy, ma quando la ragazza socchiuse la bocca egli distolse lo sguardo.

«Buona sera, Harries,» disse il professore.

La stanza in cui entrarono era la sala di controllo, il centro dell’osservatorio. A un’estremità una finestra panoramica offriva la vista della gigantesca struttura all’esterno: di fronte alla finestra c’era un massiccio banco di metallo, simile alla tastiera di un organo, fornito di pannelli, di pulsanti, luci e interruttori.



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