
Poteva recitare la parte senza difficoltà: aveva un aspetto così onesto, per bene, sembrava una di loro; non doveva far altro che starsene in disparte, ascoltare e imparare. A scoraggiarla era la gente che incontrava; avevano un loro mondo e dei valori loro. Chi era lei per giudicarli o per farli giudicare? Dopo che Harries ebbe annuito e si fu allontanato per far ciò che gli era stato detto, provò un certo disprezzo per sé e per lui.
Il professore partì poco dopo, affidandola a John Fleming.
«Penso che potresti lasciarla al Lion quando torni a Bouldershaw. Abita là.»
Uscirono sulle scale per accompagnarlo.
«Piuttosto simpatico,» commentò Judy.
Fleming grugnì. «Duro come il ferro.»
Trasse di tasca una fiaschetta e bevve, poi l’offri a lei. Al suo rifiuto ne prese un altro sorso: Judy l’osservava, in piedi nella luce del portico, la testa rovesciata all’indietro, il pomo d’Adamo che si muoveva mentre inghiottiva. In lui c’era qualcosa di chiuso, di disperato. Forse, come aveva detto Reinhart, lo avevano spremuto un po’ troppo. Ma non era tutto; dava la sensazione che in lui ci fosse una dinamo in carica permanente.
«Lei giuoca a bocce?» Sembrava avere dimenticato l’indifferenza iniziale nei suoi confronti. Forse perché aveva bevuto. «C’è un campo giù a Bouldershaw. Venga a partecipare ai nostri riusciti passatempi.»
Judy esitava.
«Oh, su, venga. Non la lascerò certo in balìa di questi pazzi di astronomi.»
