
«Già fatto.»
Reinhart si rivolse a Osborne. «Non sa nulla di qualcosa di nuovo spedito su in cielo?»
«No.»
«Sentite,» intervenne Fleming, «se fosse stato un satellite non sarebbe rimasto tutta la notte su in mezzo alla costellazione di Andromeda.»
«Sei sicuro che non si tratti della Grande Nebulosa?»
«L’abbiamo localizzata separatamente, vero, Harvey?»
Harvey annuì, ma ciò nonostante Reinhart aveva un’aria poco convinta.
«Potrebbe essere stata un’interferenza… o qualsiasi altra cosa!»
«So ben riconoscere un messaggio quando me ne trovo uno sotto il naso!» sbottò Fleming. «E poi in questo c’è qualcosa che non ho mai visto. Tra un gruppo e l’altro di punti e di linee, c’è un’incredibile quantità di materiale più veloce e dettagliato. Dovremo montare degli speciali congegni di ascolto per registrarlo.»
Abbassò la leva dell’apparecchio intercomunicante e disse a Bridger di passare di lì, poi raccolse i fogli e li ficcò in mano a Reinhart. «Ci dia un’occhiata! Abbiamo atteso per dieci anni e più qualcosa di simile. Dieci secoli, anzi.»
«È comprensibile?» chiese Osborne con la sua voce di funzionario statale, distaccata, ma alta e acuta come un nitrito.
«Sì».
«Siete in grado di decifrarlo?»
«Per amor di Dio! Ma lei pensa che l’universo sia abitato da boy-scouts che inviano messaggi in alfabeto Morse?»
Bridger entrò: appariva pallido e scosso, ma parve calmare Fleming con la sua presenza, e confermò il rapporto.
«Potrebbe venire da una sonda molto lontana,» suggerì Osborne.
Fleming lo ignorò. Judy chiamò a raccolta tutto il suo coraggio.
«O da un altro pianeta?»
«Sì».
«Marte o qualcosa di simile?»
Fleming alzò le spalle. «Probabilmente si tratta di un pianeta che ruota attorno a una stella di Andromeda.»
