
«Sarà meglio che rimandiamo l’inaugurazione,» disse Osborne. «Non vogliamo che questa storia finisca sulla Social Gazette.»
«Perché no?»
Osborne appariva inquieto. «Non si può dire o fare nulla senza permesso.» Non c’era niente più semplice di questa affermazione nella sua concezione del mondo. Nella sua mente ciò che accadeva a Bouldershaw Fell era la parte minore di un piano d’accordi, intricato e complesso, sullo sfondo del quale si profilavano tutte le cose che Vandenberg rappresentava. Tutto doveva venire pesato e vagliato con ogni precauzione.
«Che devo comunicare alla stampa?» gli chiese Judy.
«Nulla.»
«Nulla?»
«Siamo una società segreta o che diavolo?» Fleming lo fissò sprezzante, ma Osborne cercò di apparire ufficiale e ragionevole al tempo stesso.
«Non potete diffondere delle informazioni confuse come queste. C’è altra gente che deve essere consultata, e inoltre si potrebbero avere delle manifestazioni di panico: astronavi, dischi volanti, mostri con occhi da basilisco. Tutti gli idioti del paese crederanno di vederne. E poi potrebbe trattarsi di una cosa qualsiasi… No, nulla deve apparire sui giornali, Miss Adamson.»
Lasciarono Fleming in ebollizione e andarono nell’ufficio del professore per telefonare al Ministero; poi ripartirono.
Al Lion di Bouldershaw la stampa era già cominciata ad arrivare per occuparsi della cerimonia dell’inaugurazione. Judy fece entrare Reinhart e Osborne da una porticina posteriore in una piccola saletta, dove venne loro servita piuttosto tardi la cena; schivavano così la crescente falange dei corrispondenti scientifici, accampati nel salone. Tra un piatto e l’altro Osborne faceva prudenti sortite in direzione della cabina telefonica, e ogni volta tornava visibilmente più depresso e infastidito.
