
Sulla soglia Bridger si volse, ed entrò in uno stretto passaggio male illuminato: le scale dalle guide di linoleum si inerpicavano al piano superiore e ai piedi della scala si trovava una porta dal vetro smerigliato. Quando chiuse la porta esterna, il rumore della strada venne tagliato fuori, lasciando il vestibolo tetro come una cripta. La porta dal vetro smerigliato portava la medesima scritta, James Oldroyd. C’era anche scritto «avanti.» Bridger entrò.
Benché fosse tardi, James Oldroyd stava facendo colazione, seduto alla sua scrivania. Era un uomo anziano, teneva arrotolate le maniche della camicia e indossava un cardigan scuro e scolorito; quando Bridger entrò stava intingendo con la punta della forchetta un pezzo di pane nell’uovo al burro. Nell’ufficio non c’era nessun altro, eppure la stanzetta pareva affollata. C’era un’enorme confusione: molti telefoni, una calcolatrice, un’apparecchiatura telegrafica e una telescrivente. Alle pareti parecchi calendari pubblicitari, strappati a mesi diversi, e, troneggiante, un vistoso orologio. Mr. Oldroyd levò lo sguardo da quell’insieme di vecchia paccottiglia e di attrezzature nuove per guardare un attimo Bridger.
«Oh, è lei.»
Bridger accennò alla telescrivente.
«Tutto bene?»
A mo’ di risposta, Mr. Oldroyd si fissò in bocca il pezzo di pane imbevuto d’uovo, e Bridger si mise al lavoro alla telescrivente.
«Come vanno gli affari?» chiese, dopo averla accesa e avere composto un numero. Sembrava un saluto convenzionale tra vecchie conoscenze.
«Così così,» rispose Mr. Oldroyd. «I cavalli non hanno senso di responsabilità. Se non arrivano tutti insieme vanno come delle lumache.»
Bridger batteva sulla telescrivente: KAUFMANN TELESCRIVENTE 21303 GINEVRA. Quindi si rese conto che fuori, nel vestibolo, era scoppiata una mischia; per un momento una testa si profilò contro il vetro della porta.
