
«Perché questo è più grande?»
«Non solo. Anche perché abbiamo apparecchi ricevitori migliori. Questo ci dovrebbe dare una maggior sensibilità al rumore. È tutto installato qui dentro.»
Accennò con la mano piccola e delicata alla stanza dietro il pannello di vetro.
«Vede, tutto ciò che si raccoglie dalla maggior parte delle fonti astronomiche, radiostelle per esempio, è un segnale elettrico molto debole, ed è mescolato a molti altri rumori provenienti dall’atmosfera, dai gas interstellari, da sa il cielo cosa. Be’, il cielo lo sa di certo.»
Parlava con voce precisa, tranquilla, naturale; come un medico che parlasse di un raffreddore. La sensazione del successo, dell’aspettativa, era celata.
«Potete sentire delle fonti che gli altri non riescono a captare?» chiese Judy.
«Lo spero. È quel che vogliamo. Ma non mi chieda come. C’è un gruppo che se n’è occupato.» Abbassò modestamente lo sguardo sui propri piedi. «Il dottor Fleming e il dottor Bridger.»
«Bridger?» Judy alzò gli occhi di colpo.
«In realtà il cervello è Fleming. John Fleming.» Lo chiamò riguardosamente. «John!»
Uno dei giovani si staccò dal gruppo attorno al banco di controllo e si avviò verso di loro.
Gettò un «Salve!» al professore, ignorando Judy.
«Se hai un momento, John. Il dottor Fleming, Miss Adamson.»
Il giovane scoccò un’occhiata a Judy, poi si rivolse al banco di controllo. «Abbassate ’sto maledetto baccano!»
«Cos’è?» domandò Judy. I disturbi atmosferici si ridussero a un debole sibilo. Il giovane alzò le spalle.
«Sibili interstellari, per lo più. L’universo è pieno di materia carica di energia elettrica. Quello che noi riceviamo è una emissione elettrica di queste cariche, che noi avvertiamo come rumore.»
«Il sottofondo musicale dell’universo,» aggiunse Reinhart.
