«Non per mio desiderio.» Il suo modo di fare si fece più duro, cosa che non era accaduta quando Fleming era stato un po’ scortese con lui; Fleming, dopotutto, era uno dei suoi.

«Qualcun altro sa la ragione per cui mi trovo qui?» domandò Judy.

«Non l’ho detto a nessuno.»

Lasciò cadere l’argomento e la condusse in un’altra stanza dove si avvicinò, con precauzione, agli apparecchi ricevitori e alle attrezzature di comunicazione.

«Noi rappresentiamo solo un anello della catena di osservatori posti tutt’intorno al mondo, anche se non siamo l’anello più piccolo.» Con una sorta di pura soddisfazione volse lo sguardo attorno ai quadri di comando, ai fili, ai sostegni dell’apparecchio. «Non mi sentivo vecchio quando cominciammo a mettere insieme quest’attrezzatura, ma ora sì. Ti viene un’idea e pensi: ‘Ecco ciò che dobbiamo fare,’ e ti sembra il primo passo da compiere. Un passo molto breve, forse. Poi si comincia: progetto, ricerca, commissioni, costruzione, diplomazia. Un’ora della tua vita qui, un mese là. Speriamo che funzioni. Oh, ecco Whelan! È l’esperto di questa parte dell’osservatorio.»

Judy venne presentata a un giovane dal viso pallido e dall’accento australiano che si precipitò sulla sua mano come su qualcosa che avesse perduto.

«Non ci siamo già conosciuti?»

«Non credo.» La ragazza lo fissò con aria ingenua, gli occhi azzurri spalancati, ma l’altro non si lasciò scoraggiare.

«Ne sono sicuro.»

Judy esitò e si guardò attorno in cerca di aiuto. Harries, l’uomo delle pulizie, era in piedi in mezzo alla stanza e, quando lei lo guardò, scosse impercettibilmente il capo. La ragazza si volse di nuovo a Whelan.

«Mi spiace, non ricordo.»

«Forse a Woomera…»

Il professore la condusse nuovamente nella sala principale di controllo.

«Come si chiama?»

«Whelan.»

Prese un appunto sul suo taccuino. Il gruppo al banco di controllo si era diviso, restava soltanto un giovane, al posto del tecnico di turno, seduto a controllare i quadri. Il professore la condusse direttamente da lui.



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