
Il capo aveva diritto a un ufficio personale. Sulla porta di vetro smerigliato c’era scritto JULIUS ENDERBY, a belle lettere impresse nel cristallo. Più sotto, QUESTORE DELLA CITTÀ DI NEW YORK.
Baley entrò e chiese: «Voleva vedermi, questore?»
Enderby alzò gli occhi: portava gli occhiali perché aveva i bulbi sensibili e non poteva permettersi le normali lenti a contatto. Solo dopo essersi abituati alla vista di quegli aggeggi si riusciva a prestare attenzione alla faccia, che, del resto, non aveva nulla di notevole. Baley sospettava che il questore portasse gli occhiali per l’aria d’importanza che gli davano, non perché avesse gli occhi sensibili.
Il questore lo guardò con evidente nervosismo. Si lisciò i ciuffi, si appoggiò allo schienale e disse, fin troppo cordialmente: «Siediti, Lije, siediti».
Baley si mise a sedere rigido e aspettò.
Enderby chiese: «Come sta Jessie? E il ragazzo?».
«Bene» rispose Baley, piatto. «Molto bene. E la sua famiglia?»
«Bene» ripeté Enderby.
Era stata una falsa partenza.
Baley pensò: "C’è qualcosa che non va, nella sua faccia".
A voce alta, disse: «Questore, vorrei che non mi mandasse a cercare da R. Sammy».
«Sai come la penso su queste cose, Lije. Ma l’hanno messo qui e dobbiamo pur fargli fare qualcosa.»
«Mi mette a disagio, signore. Dice che lei vuole vedermi e poi rimane lì impalato. Sa cosa intendo. Devo dirgli materialmente di andarsene, o resterebbe lì in eterno.»
«Questa è colpa mia. Gli ho dato il messaggio e ho dimenticato di specificare che una volta eseguito l’ordine poteva tornare al lavoro.»
Baley sospirò. Le pieghe agli angoli degli occhi intensamente scuri si accentuarono. «Comunque, lei voleva vedermi.»
«Sì, Lije» disse il questore. «Ma non per una cosa facile.»
Si alzò, girò la schiena e s’incamminò verso la parete alle spalle della scrivania. Toccò un bottone invisibile e una sezione del muro divenne trasparente.
