
Baley batté gli occhi perché non s’aspettava l’improvvisa inondazione di luce grigia.
Il questore sorrise. «Mi sono fatto installare questo trucchetto l’anno scorso, Lije. Non credo di avertelo mai mostrato. Vieni, dai un’occhiata. Ai vecchi tempi tutte le stanze avevano un affare così. Si chiamavano finestre, lo sapevi?»
Baley lo sapeva perfettamente, perché aveva visto parecchi romanzi storici.
«Ne ho sentito parlare» disse.
«Vieni qui.»
Baley si sentì rabbrividire un poco, ma fece come gli era stato chiesto. C’era qualcosa di indecente nell’esposizione di una camera privata alla luce del mondo esterno. A volte il questore spingeva le sue manie medievali fino all’estremo.
Come per gli occhiali, Baley pensò.
Ecco cos’era! Ecco cosa lo faceva sembrare "strano"!
Baley chiese: «Scusi, questore, porta occhiali nuovi?».
L’altro lo guardò con una certa sorpresa, si tolse gli occhiali e li rimirò. Poi guardò Baley. Senza, la sua faccia sembrava più rotonda e il mento più pronunciato. Aveva un’aria imbambolata, perché i suoi occhi non riuscivano a mettere a fuoco le cose.
Rispose: «Sì».
Si rimise gli occhiali sul naso e aggiunse, con autentica rabbia: «Ho rotto i vecchi tre giorni fa. Fra una cosa e l’altra non sono riuscito a sostituirli prima di stamattina. Lije, ho passato tre giorni d’inferno».
«Per via degli occhiali?»
«E di altre cose. Ci arrivo.»
Si voltò verso la finestra e Baley lo imitò. Con un brivido Baley si accorse che fuori pioveva. Rimase perso per un minuto nello spettacolo dell’acqua che cadeva dal cielo, mentre il questore trasudava orgoglio, neanche fosse opera sua.
«È la terza volta, questo mese, che guardo la pioggia. Bello spettacolo, non ti pare?»
Controvoglia Baley dovette ammettere che era impressionante. In quarantadue anni di vita aveva visto raramente la pioggia o altri fenomeni della natura.
