
«No, no!» gridò la donna con il cappello. «Le dico che non ho fatto niente, io! Non volevo fare del male, adesso non voglio nemmeno le scarpe. Cerco solo di andarmene a casa.»
«La signora qui» continuò Daneel «resterà. E sarà servita da un commesso.»
Fece un passo avanti.
La folla lo fissava inespressiva. Baley chiuse gli occhi e pensò, disperatamente, che non era colpa sua. Ci sarà spargimento di sangue e un’interminabile serie di guai, pensò. Ma loro mi hanno dato un robot come collega; loro gli hanno assegnato la mia stessa qualifica.
Non serviva. Non credeva a se stesso. Avrebbe dovuto fermare R. Daneel all’inizio; avrebbe dovuto chiamare una squadra, c’era stato tutto il tempo. Invece aveva preferito che R. Daneel si assumesse la responsabilità e aveva provato il sollievo del codardo. Cercò di giustificarsi, riflettendo che la personalità di R. Daneel si era imposta naturalmente, ma provò un fremito di disgusto verso se stesso. Un robot che dominava una situazione naturalmente…
Non ci furono i soliti lamenti, le urla, le maledizioni. Baley aprì gli occhi.
La folla si era dispersa.
Il proprietario del negozio si stava calmando; si aggiustò la giacca tutta storta, si lisciò i capelli e borbottò qualche imprecazione verso la folla che scompariva.
Un veicolo di pattuglia si fermò davanti al negozio in quel momento, con un sibilo dolce e modulato. Baley pensò: "Ma certo, quando tutto è finito"
Il negoziante gli tirò la manica: «Non creiamoci altre complicazioni, agente».
Baley disse: «Non ci saranno».
Sbarazzarsi dell’auto di pattuglia fu facile. Erano arrivati in risposta alla segnalazione di un assembramento. Non conoscevano i particolari e vedevano da sé che la strada era ormai sgombra. R. Daneel si fece da parte e non mostrò alcun interesse per il resoconto che Baley fece ai suoi colleghi; un resoconto in cui i fatti venivano minimizzati e la parte avuta dall’automa taciuta completamente.
