
Jessie, che stava aprendo la copertura isolante in cui erano tenute le razioni, piegò la testa sul tavolo come se fosse totalmente assorbita dall’operazione.
«È proprio Jessie» disse, con la gola stretta. «Tutti mi chiamano così. Non c’è altro.»
«Benissimo, Jessie.»
La porta si aprì ed entrò un ragazzo. I suoi occhi individuarono immediatamente R. Daneel.
«Papà?» chiese il ragazzo, incerto.
«Mio figlio Bentley» disse Baley a bassa voce. «Questo è il signor Olivaw, Ben.»
«È il tuo collega, eh pa’? Come sta, signore?» Gli occhi di Ben si illuminarono tutti. «Di’, pa’, che è successo al negozio di scarpe? Il notiziario ha detto…»
«Non metterti a fare domande, Ben» l’interruppe Baley, brusco.
Bentley prese un’espressione afflitta e cercò gli occhi della madre, che gli fece segno di sedere.
Quando si fu sistemato, lei chiese: «Hai fatto quello che ti ho detto, Bentley?». Gli carezzò i capelli, scuri come quelli del padre. Era alto come Lije, ma per il resto era tutto sua madre. Aveva la faccia ovale di Jessie, gli occhi nocciola e il buonumore tipico di lei.
«Certo, ma’» rispose Bentley, sporgendosi un poco verso il piatto doppio da cui già cominciavano a salire i vapori aromatici. «Che mangiamo, ma’? Non zimovitello di nuovo, eh, ma’?»
«Non c’è niente che non va nello zimovitello» rispose Jessie, stringendo le labbra. «Mangia quello che ti si mette davanti e non fare commenti.»
Era ovvio che il piatto del giorno era di nuovo zimovitello.
Baley si mise a sedere. Anche lui avrebbe preferito qualcos’altro, perché gli enzimi avevano un gusto acre e lasciavano un sapore che non andava via facilmente. Ma Jessie aveva già spiegato il problema.
«Non posso, Lije, non posso» gli aveva detto.
